mercoledì 26 agosto 2026

"Si ami chi può" di Filippo Roma: quando il tempo ci insegna ad amare prima che sia troppo tardi

Ci sono libri che si leggono e poi si ripongono su uno scaffale.

E ce ne sono altri che, una volta arrivati all’ultima pagina, continuano a camminare dentro di noi.

Si ami chi può di Filippo Roma, per me, appartiene alla seconda categoria.


È una storia breve, ma capace di parlare di qualcosa di enorme: il tempo. Quello che crediamo di avere sempre a disposizione, quello che rimandiamo pensando che ci sarà un domani, quello che impariamo ad apprezzare davvero soltanto quando scopriamo che potrebbe non essercene abbastanza.

Al centro della storia ci sono Anita e Lorenzo, una madre e un figlio legati da un rapporto fatto di complicità, comprensione e risate. Un legame che sembra indissolubile, solido, come solo un rapporto madre-figlio sa essere, fino a quando qualcosa cambia.

In un pomeriggio qualunque, Anita ascolta per caso una telefonata del figlio e scopre, così, che Lorenzo tradisce la moglie. Da quel momento, tra loro si crea una distanza che nessuno dei due riesce davvero a colmare. Non è soltanto il tradimento a incrinare il loro rapporto, ma tutto ciò che quel tradimento porta con sé: il giudizio, il silenzio, le cose non dette, l'impossibilità di guardarsi ancora con la stessa leggerezza di prima.

Poi, quando ormai sembra esserci ancora tutto il tempo per sistemare le cose, arriva una diagnosi che cambia completamente la prospettiva di entrambi.

Anita scopre di avere un male incurabile. Pochi mesi di vita, forse solo alcune settimane.

E improvvisamente il tempo assume un significato diverso.

Non è più qualcosa di astratto, scandito dalle lancette di un orologio o dalle pagine di un calendario. Diventa qualcosa di concreto, prezioso, terribilmente fragile.

Anita non ha paura soltanto di morire. Quello che davvero la terrorizza è il distacco. L'idea di dover interrompere il proprio cammino e lasciare indietro le persone che ama.

Usando le parole dell'autore Filippo Roma:

«Perché è quello il vero dolore: interrompere il cammino e abbandonare gli altri lungo la strada del tempo.»

Ed è proprio il tempo, a mio avviso, il vero protagonista di questo romanzo.

Anita decide di agire e propone a Lorenzo di partire insieme per un viaggio estivo. Ma quella che sembra essere semplicemente una vacanza diventa, pagina dopo pagina, qualcosa di molto più profondo.

È un viaggio dentro il loro rapporto.

Un tentativo di recuperare ciò che è stato perduto, di riaprire porte che erano state chiuse, di affrontare le ferite del passato e, soprattutto, di dire quelle parole che troppo spesso rimandiamo perché crediamo che ci sarà sempre un momento migliore per pronunciarle.

Ma il tempo non aspetta.

E questa è forse la consapevolezza più dolorosa che il libro ci consegna.

Viviamo come se i giorni fossero infiniti. Rimandiamo una telefonata, una visita, un chiarimento. Pensiamo che avremo tempo per chiedere perdono, per dire "ti amo", per cambiare qualcosa della nostra vita.

Poi arriva un momento in cui ci rendiamo conto che il tempo che davamo per scontato non era affatto infinito.

E allora vorremmo recuperare tutto.

Vorremmo tornare indietro, correggere gli errori, dire le parole che non abbiamo avuto il coraggio di dire, stringere più forte le persone che abbiamo lasciato andare.

È questo che Anita cerca di fare.

Prima che sia troppo tardi.


Il romanzo affronta così temi universali come il perdono, il rimpianto, la paura della separazione e il bisogno di riconciliarsi con le persone che amiamo. Ma soprattutto ci pone davanti a una domanda difficile: che cosa rimarrà di noi quando il nostro tempo sarà finito?

Forse non ciò che abbiamo posseduto.

Non il lavoro che abbiamo fatto.

Non i riconoscimenti che abbiamo ricevuto.

Non tutte le cose per cui abbiamo corso per una vita intera.

Resterà l'amore.

Quello che abbiamo dato e quello che abbiamo saputo ricevere.

Resteranno le tracce che abbiamo lasciato nelle persone che abbiamo incontrato. Le parole che abbiamo pronunciato. I gesti che qualcuno ricorderà. Le emozioni che abbiamo saputo regalare.

Perché forse una persona non smette davvero di vivere quando smette di respirare.

Una parte di quella persona continua a esistere nelle vite che ha attraversato.

Ed è proprio qui che il romanzo diventa, almeno per me, particolarmente intenso.

Perché ci ricorda che non sempre abbiamo il potere di scegliere quanto durerà la nostra vita, ma possiamo scegliere cosa fare del tempo che ci è stato concesso.

Il titolo stesso, Si ami chi può, sembra quasi un invito.

Un appello.

Amate finché potete.

Perdonate finché potete.

Scegliete finché potete.

Abbiate il coraggio di cambiare finché avete ancora tempo per farlo.

Perché il momento perfetto potrebbe non arrivare mai.

E forse dovremmo smettere di aspettarlo.

Ho trovato questo libro profondo, delicato e ricco di spunti di riflessione. La scrittura di Filippo Roma è semplice e scorrevole, ma riesce a lasciare spazio a pensieri che continuano a tornare anche dopo aver chiuso il libro.

Eppure, nonostante abbia apprezzato molto la storia e il modo in cui viene raccontata, devo ammettere che mi ha lasciato una sensazione di irrisolto.

Mi aspettavo qualcosa in più.

Non saprei spiegare esattamente cosa.

Forse una maggiore elaborazione di alcuni aspetti della storia, forse qualche risposta in più. Eppure, più ci penso, più mi chiedo se quella sensazione non sia, in fondo, coerente con ciò che il romanzo racconta.

Perché la vita stessa è piena di cose irrisolte.

Non tutte le domande trovano una risposta.

Non tutti gli errori possono essere cancellati.

Non tutte le persone hanno il tempo di dirsi tutto ciò che avrebbero voluto.

E non sempre possiamo cambiare ciò che è stato.

Possiamo però scegliere cosa fare del tempo che rimane.

Ed è forse questo il messaggio che porterò con me dopo aver letto Si ami chi può.

«Non è mai tardi per capire. Non è mai tardi per perdonare.»

Una frase semplice, ma che può diventare rivoluzionaria se davvero decidiamo di metterla in pratica.

Perché troppo spesso aspettiamo che sia la vita a costringerci a capire ciò che avremmo potuto comprendere prima.

Aspettiamo di perdere qualcosa per renderci conto del suo valore.

Aspettiamo di avere paura di perdere qualcuno per dirgli quanto è importante.

Aspettiamo di sentirci mancare il tempo per iniziare finalmente a vivere.

E forse dovremmo imparare a farlo prima.

Prima che arrivi quel giorno in cui ci accorgeremo che non possiamo più tornare indietro.


Una storia che, in qualche modo, ha incontrato anche la mia

C'è poi una ragione per cui questo libro, per me, va oltre la semplice lettura.

Nel giorno della presentazione di Si ami chi può, Filippo Roma ha ascoltato per qualche momento la mia storia.


Non servono necessariamente grandi discorsi per lasciare un segno nella vita di qualcuno.

A volte bastano poche parole.

Quelle giuste.

Quelle che arrivano esattamente quando ne abbiamo bisogno.

Le sue parole hanno contribuito a farmi aprire gli occhi su alcuni aspetti della mia vita e, in qualche modo, mi hanno aiutata a prendere una decisione che ha già iniziato a cambiarla.

Una decisione forse piccola agli occhi degli altri, ma enorme per me.

Quelle parole mi hanno ricordato che non devo accontentarmi.

Che il tempo che abbiamo a disposizione non è infinito.

Che rimandare continuamente ciò che desideriamo, ciò che ci rende felici, ciò che ci fa sentire davvero noi stessi, significa rischiare di consumare la nostra vita aspettando un momento che forse non arriverà mai.

E allora sì, forse questo libro mi ha lasciato una domanda più che una risposta:

se sapessimo di avere poco tempo, continueremmo a vivere nello stesso modo in cui stiamo vivendo oggi?

Io credo che la risposta dovrebbe farci riflettere.

Perché il tempo non torna.

Le occasioni non sempre tornano.

Le persone, a volte, nemmeno.

Ma finché siamo qui, finché abbiamo ancora tempo, possiamo scegliere.

Possiamo amare.

Possiamo perdonare.

Possiamo cambiare.

Possiamo smettere di accontentarci.

Possiamo avere il coraggio di scegliere ciò che ci fa sentire vivi.

E forse è proprio questo che Filippo Roma vuole ricordarci con Si ami chi può:

non aspettate di avere poco tempo per capire quanto vale.

Vivete adesso.

Amate adesso.

Siate felici adesso.

Perché il tempo che ci è stato concesso è limitato.

E proprio per questo, ogni singolo giorno merita di essere vissuto davvero.

La mia valutazione: ⭐⭐⭐⭐☆ (4/5)



giovedì 6 agosto 2026

Le coordinate della felicità di Gianluca Gotto: un libro che mi ha costretta a chiedermi se fossi davvero felice

 

Ci sono libri che si leggono e poi si dimenticano. E poi ci sono libri che arrivano nel momento giusto, ti mettono davanti a domande che evitavi da tempo e, senza accorgertene, finiscono per cambiare qualcosa dentro di te. Per me, "Le coordinate della felicità" di Gianluca Gotto è stato uno di quei libri.

Sono passati diversi anni dall'ultima volta che ho scritto qui sul blog.

Ripensandoci, mi fa quasi sorridere ricordare il periodo in cui l'ho aperto. Erano gli anni della pandemia da Covid-19. Quello era il momento in cui avevo più paura. Paura di un virus sconosciuto, di un futuro incerto, di un mondo che sembrava essersi fermato da un giorno all'altro.

Oggi, a distanza di anni, possiamo dire di esserne usciti. Eppure credo che quella pandemia abbia lasciato qualcosa dentro ognuno di noi. Non parlo soltanto della salute o delle conseguenze più evidenti, ma di una consapevolezza nuova. Di un modo diverso di guardare il tempo, la vita e le persone che abbiamo accanto.

Nel frattempo sono cambiate tante cose.

Ho perso mio nonno, circa un anno fa. Ho cambiato modo di vedere molte persone. Ho iniziato a fare i conti con un'ansia che, giorno dopo giorno, si è fatta sempre più presente. E il mondo, nel frattempo, non ha certo imparato a rassicurarci. Guerre, crisi economiche, incertezze, un futuro che sembra ogni giorno più difficile da immaginare.

La paura, in fondo, è rimasta.

Ha solo cambiato volto.

Forse crescere significa anche questo: scoprire che le paure non scompaiono mai. Smettono semplicemente di chiamarsi nello stesso modo.

Forse è anche per questo che ho sentito il bisogno di tornare qui.

In questi anni non ho mai smesso davvero di scrivere. Ho continuato a raccontarmi su Instagram, condividendo fotografie, pensieri e piccoli frammenti della mia quotidianità. Ma, a un certo punto, mi sono resa conto che non mi bastava più.

Ci sono riflessioni che hanno bisogno di spazio.

Di tempo.

Di parole che non siano costrette dentro una didascalia.

E soprattutto mi sono resa conto di avere ancora tante cose da dire e di voler provare a farle arrivare al maggior numero di persone possibile.

Per questo oggi torno qui.

Perché questo blog è sempre stato il posto in cui le mie parole hanno trovato più spazio. E forse è arrivato il momento di concedergliene ancora.

L'articolo che state per leggere non è una recensione nel senso classico del termine.

È una riflessione.

Una riflessione nata dalla lettura di Le coordinate della felicità di Gianluca Gotto, un libro scoperto solo da poco ma che, in qualche modo, è riuscito a fare qualcosa che non mi aspettavo: spingermi ad agire nella mia vita reale.

Ed è anche per questo che continuo a difendere la lettura ogni volta che qualcuno la liquida come una perdita di tempo. Come qualcosa "da bambini". Da persone incapaci di vivere il mondo vero. O, peggio ancora, da disadattati.

Ogni volta vorrei rispondere una cosa sola.

Loro non potranno mai sapere quante volte i libri mi hanno salvata.

Continuano a farlo ancora oggi.

In questa caldissima estate del 2026 mi sono trovata costretta a guardare in faccia una verità che cercavo di ignorare da troppo tempo: l'ansia si è impadronita di me e la vita che sto portando avanti da ormai due anni non mi sta lasciando nulla, se non la costante sensazione di stare sprecando qualcosa che non tornerà mai più.

Il mio tempo.

Ogni giorno sento dentro di me la stessa voce ripetere un'unica frase.

"Non perdere tempo. Agisci. Fai di tutto per trovare la tua strada."

A trentatré anni mi capita spesso di avere paura che sia già troppo tardi.

Credo che una parte della mia ansia nasca proprio da questo: dalla sensazione di aver perso tempo, di aver rimandato troppo, di essermi raccontata che avrei resistito ancora un po'.

Ma poi mi fermo a riflettere e mi rendo conto che il momento davvero sbagliato non è quello in cui decidi di cambiare vita.

Il momento davvero sbagliato è quello in cui smetti di provarci.

Forse non recupererò il tempo che sento di aver perso.

Ma posso ancora decidere come vivere quello che mi aspetta.

E forse è proprio da qui che voglio ripartire.

Ma adesso basta parlare della mia storia.

Voglio raccontarvi, invece, che cosa mi ha trasmesso questo libro e perché, secondo me, merita di essere letto molto più lentamente di quanto siamo abituati a fare oggi.



 

"Se sei felice hai vinto. Qualunque cosa tu faccia." 

Ci sono libri che semplicemente non possono essere recensiti, perché non sono stati scritti per essere dei semplici romanzi.

Ci sono libri, come Le coordinate della felicità di Gianluca Gotto, che andrebbero letti con attenzione, compresi fino in fondo e poi lasciati sedimentare. Sono libri che meritano di essere sottolineati, chiusi per qualche minuto e ripresi solo dopo aver riflettuto su ciò che hanno appena detto.

Perché tutti i libri vengono scritti per comunicarci qualcosa.

Questo, invece, è stato scritto per aprirci gli occhi.

Per far sentire meno sole tutte quelle persone che, a un certo punto della loro vita, anche molto giovani, hanno capito di essere diverse.

Persone che si sono sempre sentite fuori posto, quasi degli extraterrestri, semplicemente perché hanno realizzato che il percorso che la società considera "normale" non fa per loro.

Non perché siano fannulloni.

Non perché siano stati viziati.

E nemmeno perché non conoscano il sacrificio.

Anzi.

Proprio perché il mondo hanno iniziato a guardarlo davvero.

Hanno capito come funziona, ma si sono anche resi conto che quel modello di vita li stava soffocando.

Sentivano di sopravvivere.

Non di vivere.

E il loro timore più grande era uno solo: arrivare alla vecchiaia, guardarsi indietro e rendersi conto di aver trascorso un'intera esistenza seguendo uno schema che non li ha mai resi felici.

Che enorme spreco sarebbe.

Per questo motivo vi dico subito una cosa.

Questo libro non è adatto alle menti chiuse.

Non è adatto a chi pensa che sacrificare tutta la propria vita per il lavoro sia l'unica strada possibile.

A chi si è convinto che accontentarsi dell'infelicità sia inevitabile perché "la vita è questa".

A chi ha scelto di mettere da parte i propri sogni solo perché tutti fanno così.

A chi non si è mai fermato a porsi delle domande.

A chi considera la felicità un lusso, un capriccio da bambini.

Perché questo libro pone una domanda tanto semplice quanto scomoda.

"Sei felice?"

E subito dopo ne aggiunge un'altra.

"E se esistesse un modo per vivere bene senza rinunciare alla propria felicità?"

E se il vero obiettivo della vita non fossero i soldi, la carriera o la pensione, ma costruire un'esistenza che ci faccia sentire davvero vivi?

Gianluca Gotto non cerca mai di imporre una verità assoluta.

Racconta semplicemente la sua esperienza.

La frustrazione che provava vivendo una vita che non sentiva sua.

Le domande che ha iniziato a porsi.

Le scelte che, poco alla volta, lo hanno portato a costruire la vita che aveva sempre sognato.

Ed è proprio questa sincerità ad avermi colpita.

Le sue parole hanno risuonato dentro di me in un modo che raramente mi era capitato leggendo un libro.

Mi hanno costretta a fermarmi.

A farmi domande che probabilmente evitavo da troppo tempo.

Domande le cui risposte mi portavano già molto lontano dalla vita che sto vivendo oggi.

E forse è stato proprio il momento in cui ho letto questo libro a renderlo ancora più potente.

L'ho letto chiusa tra quattro mura, bloccata in un lavoro che non mi piace, in un settore che odio e circondata da persone che non mi hanno mai rispettata come dipendente.

Quelle pagine hanno amplificato un senso di smarrimento che cercavo di ignorare da troppo tempo.

Ma, allo stesso tempo, mi hanno dato il coraggio di prendere delle decisioni.

Decisioni difficili.

Decisioni che probabilmente pagherò care.

Decisioni che mi hanno fatto capire che, a forza di ignorare il mio malessere, mi sono ammalata di ansia.

Eppure sono convinta che siano proprio le decisioni che, un giorno, mi permetteranno di guardarmi allo specchio senza rimpianti.

Perché finalmente mi stanno facendo cambiare direzione.

Ed è proprio qui che, secondo me, si trova il messaggio più importante del libro.

Molti pensano che il suo insegnamento sia: lascia tutto e vai a viaggiare.

In realtà non è affatto questo.

Per Gotto la felicità coincide con il viaggio.

Per qualcun altro potrebbe essere costruire una famiglia.

Per un'altra persona potrebbe essere vivere in montagna, aprire un'attività, fare l'insegnante o dedicarsi all'arte.

Il punto non è imitare Gianluca Gotto.

Il punto è trovare le proprie coordinate della felicità.

Questo libro ci insegna che la felicità non ha una forma universale.

Ognuno deve costruire la propria, chiedendosi continuamente:

"Questa vita mi fa stare bene? Mi rende davvero felice?"

Se la risposta è no, allora forse è arrivato il momento di cambiare rotta.

Perché rimandare, come ho fatto io per due anni, significa soltanto alimentare una bomba a orologeria.

Continui ad andare avanti.

Ti convinci che passerà.

Che è normale stare male.

Che tutti fanno così.

Finché un giorno quella bomba esplode.

E allora capisci che il tempo non torna più indietro.

Dici finalmente BASTA.

Metti un punto. 

E cerchi di ripartire.

Le coordinate della felicità non offre formule magiche né soluzioni valide per tutti.

Offre qualcosa di molto più prezioso.

Il coraggio di farsi le domande giuste.

E a volte basta proprio questo per cambiare una vita.

Per me non è stato semplicemente un libro.

È stato uno specchio.

E, forse, anche l'inizio di un cambiamento.

Spero che questo articolo vi sia piaciuto e abbia solleticato la vostra curiosità. Fatemelo sapere e fatemi sapere anche cosa ne pensate, sarei davvero felice di chiacchierare con voi. 

A presto!! 

"Si ami chi può" di Filippo Roma: quando il tempo ci insegna ad amare prima che sia troppo tardi

Ci sono libri che si leggono e poi si ripongono su uno scaffale. E ce ne sono altri che, una volta arrivati all’ultima pagina, continuano a ...